venerdì 18 agosto 2017

Féval-Grabiński-Barron, “Cerimonie Nere”

Raccolta: CERIMONIE NERE
Titolo 1: PAUL FÉVAL, “LA CITTÀ VAMPIRA O LA SVENTURA DI SCRIVERE ROMANZI GOTICI” (La Ville Vampire, 1874)
Titolo 2: STEFAN GRABIŃSKI, “IL VILLAGGIO NERO” (Czarna Wólka, 1919-24)
Titolo 3: LAIRD BARRON, “LA CERIMONIA” (The Croning, 2012)
Ediz.: MONDADORI “URANIA”, 07-2017
Traduzione: MASSIMO CAVIGLIONE (1), ANDREA BONAZZI (2, 3)
Copertina: FRANCO BRAMBILLA
Introduzione: GIUSEPPE LIPPI
Prefazione Titolo 1: CLAUDIA SALVATORI
                                                   Pagine: 602

Nel mese di luglio, la Mondadori ha pubblicato il tredicesimo e – ahinoi – ultimo numero della collana “Urania Horror”. In altro contesto antologizzare i testi proposti avrebbe avuto poco senso, essendo piuttosto eterogenei per stile e temi, oltre che di epoche diverse. Ma, trattandosi dell’uscita di fine collana, vi si raccoglie comprensibilmente quanto era già pronto per le uscite che erano state programmate: il romanzo La città vampira di Paul Féval (1874), la raccolta Il villaggio nero di Stefan Grabiński (1919-24) e il romanzo La cerimonia di Laird Barron (2012). Di notevole livello qualitativo risultano gli scritti di Féval e di Grabiński, discreto il romanzo di Barron.
Lasciando al lettore il piacere di scoprire il resto, ci soffermiamo in particolare sull’importante romanzo vampiresco di Féval e su alcuni dei racconti de Il villaggio nero.

La città vampira di Paul Féval è un testo fondamentale del genere vampiresco dell’Ottocento, ma poco conosciuto in Italia. L’ottima traduzione qui proposta di Massimo Caviglione, infatti, è la prima degli ultimi cinquant’anni e la seconda in assoluto dopo quella della storica antologia I vampiri tra noi, curata da Ornella Volta e Valerio Riva nel 1960.
Veniamo alla trama. L’anonimo narratore riferisce un episodio appreso nel 1873 dalla vecchia Miss Jebb, cugina della nota scrittrice gotica Ann Radcliffe.
Nella residenza di famiglia, Ann usava trascorrere le vacanze con un’allegra brigata composta da Cornelia de Witt, dalla governante di questa, Letizia, e dal giovane brillante Ned Burton con il suo insegnante Otto Goëtzi. Ned e Cornelia erano profondamente innamorati, e nell’inverno del 1785 si fidanzarono. Qualche mese dopo, Ann si promise sposa a William Radcliffe, felice per le prospettive sue e degli amici. Al momento di separarsi alla fine dell’estate, le due coppie decisero di sposarsi lo stesso giorno, il 3 marzo, ai due lati dell’oceano: Ann e William nel castello di famiglia, in Inghilterra, Cornelia e Ned a Rotterdam, in Olanda, dove si trovava la residenza del conte Tiberio Burton.


Nei mesi seguenti giunsero buone notizie dal continente, almeno fino a quando Cornelia ereditò il titolo di contessa di Montefalcone e un ricchissimo patrimonio. Altre lettere giunsero solo la sera prima delle nozze, e da queste Ann apprese che a Rotterdam erano accadute cose terribili: litigi furibondi, la bancarotta di Tiberio (che tradiva la moglie con l’istitutrice Letizia), addirittuta un rapimento dell’ormai ricca Cornelia e un’aggressione forse mortale ai danni di Ned. Senza porre tempo in mezzo, Ann partì all’alba con il fido servitore Grey-Jack, dalla casa ancora immersa nel silenzio.
Il nemico che Ann avrebbe dovuto affrontare era Goëtzi, un pericoloso vampiro in grado di dividersi e sdoppiarsi in più corpi: un grosso uomo di cui si scorgevano solo barba e capelli, un pappagallo, un bambino dall’aria cattiva con un cerchio sempre con sé, un cane mostruoso dal volto quasi umano e una donna grassa e calva. A dare man forte per salvare Cornelia, si unirono ad Ann e Grey-Jack un malconcio ma sopravvissuto Ned, il suo chiassoso valletto irlandese Merry Bones, e Polly, uno dei “sottovampiri” schiavi di Goëtzi.
L’incredibile avventura che li vide protagonisti, portò Ann e i suoi compagni nei luoghi più disparati: allo spettacolo del “Vampiro di Petrovaradin”, poi sul fondo di in un baratro, nella surreale locanda La Birra e l’Amicizia, quindi in viaggio attraverso l’Europa alla volta di Montefalcone, fino a Selene, la misteriosa Città vampira costruita di diaspro nero e perennemente avvolta dall’oscurità.

La città vampira non è il classico romanzo di vampiri ottocentesco, e neanche una storia gotica. È piuttosto una fiaba nera, pervasa da una «allegria sinistra», con tanto di gentil donzella da salvare da una prigione in una torre. Lo stesso nome del personaggio di Barton sembra rimandare al Burton curatore di una nota edizione de Le mille e una notte, a cui Féval potrebbe essersi ispirato: l’autore, ad esempio, chiama le vampire femmine Ghul o Upire. E i vampiri di Féval sono assolutamente sui generis: oltre a sdoppiarsi in più individui, studiano per ottenere un diploma di vampiro maestro, si trasformano in ragni, attraversano l’acqua in un modo curioso (coricandosi sull’acqua e navigando con i piedi in avanti), hanno un pungiglione sulla lingua per perforare la pelle delle vittime e bevono alla maniera delle sanguisughe attraverso le labbra rosse. Ma i vampiri qui descritti non vanno presi come incarnazioni letterarie, quanto piuttosto come mostri favolosi, spauracchi per bambini fatti della materia dei brutti sogni. E, in effetti, il racconto è immerso in un’atmosfera onirica, a tratti quasi allucinata.


D’altro canto, a salvare la fanciulla in pericolo non è un principe azzurro, ma una sua amica, una donna coraggiosa e straordinaria, oltre che famosa scrittrice. Già questo aspetto e la scelta, da pastiche, di una figura storica quale protagonista del romanzo ne denunciano la modernità. A queste si uniscono poi lo stile e l’agilità del racconto: sono continui i colpi di scena e assai rapido il susseguirsi degli eventi vissuti dai personaggi, definendo un ritmo che potrebbe definirsi cinematografico. Magari di una cinema alla Tim Burton, per riprendere una delle suggestioni della bella prefazione di Claudia Salvatori.
La prosa, poi, è fluente e piacevole, ricca di ironia (in particolare quando l’autore scherza su tic e fissazioni degli inglesi) e di occhiolini al lettore, come citazioni di passaggi della Radcliffe o digressioni rivolte direttamente a chi legge.
Una lettura deliziosa per un classico tutto da riscoprire.

La raccolta di racconti di Grabiński è, come il testo precedente, una ristampa di un volume edito pochi anni fa dalle Edizioni Hypnos. Alla Hypnos e al traduttore Andrea Bonazzi va quindi il merito della prima proposta moderna in Italia del «Lovecraft polacco» (ma per la verità i testi di Grabiński mostrano anche una forte influenza di Edgar Allan Poe).
Le note di Bonazzi, qui e nella precedente edizione erroneamente omesse, sono disponibili online sul sito In Tenebris Scriptus.


Ne L’area, lo scrittore Wrześmian si isola dal mondo e, con la forza dell’immaginazione, evoca dalle ombre di una lussuosa villa abbandonata delle larve vampiresche, sorta di spettri che pretendono il suo sangue per superare la semiesistenza in cui lui sono stati confinati. È questo un racconto curioso ed evocativo, dalla densa atmosferica onirica.
Ne L’amante di Szamota (pagine da un diario ritrovato), l’omonimo protagonista si trova ad amoreggiare con la revenant Jadwiga, una figura però più spettrale che vampiresca, in una fantasia frenetica in cui appare labilissimo il confine tra follia e ragione.
Da questa storia sono stati tratti un paio di cortometraggi (da Leon Trystan e da Holger Mandel) e ne è in lavorazione una versione cinematografica per la regia di Adam Uryniak.
Il racconto più marcatamente vampiresco – una storia di vampirismo psichico – è lo stupendo A casa di Sara. Il dottor Wƚadek riporta la vicenda dell’amico Stosƚawski, che un giorno trovò in pessime condizioni di salute. L’amico gli disse di essere in preda a una «ossessione sessuale» per la bella Sara Braga, una femme charmante che lo rese succube e che finì per sposare. Ne era letteralmente consumato, privato della sua forza vitale, ma non riusciva a staccarsene, poiché avvinto dal suo fascino. Wƚadek scopre che Sara, pur dimostrando trent’anni, ne ha in realtà un’ottantina e rimane giovane assorbendo le energie dei partner. Dopo aver cercato di salvare l’amico, per non soccombere e ottenere vendetta, si trova a dover resistere alle sue raffinate arti seduttive. Un’avvincente lotta tra desiderio e ragione.
Da questo racconto nel 1987 Zygmunt Lech ha tratto un film dalla suggestiva atmosfera.



I “mostri” di Grabinski sono «creature malevole, chimeriche, inafferrabili», evocate da solitari e meditabondi sognatori, che vivono al confine tra mondo reale e mondo dell’immaginazione, più che del sovrannaturale. Ne sono emanzioni, più o meno concrete, almeno fin quando l’evocatore vive o ne subisce l’influsso: perdono corpo e consistenza alla luce del sole, poiché prosperano nel buio e nel delirio dei sensi e della mente. Sono, in definitiva, figure squisitamente “fantastiche”.

Risorse Web:
Blog di Urania Horror
Scheda dell’antologia I vampiri tra noi
Paul Féval su Wikipedia
Stefan Grabiński su Wikipedia
Articolo su Grabiński
Presentazione de Il villaggio nero su In Tenebris Scriptus
Laird Barron su Wikipedia
Presentazione de La cerimonia su In Tenebris Scriptus
 

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